METODOLOGIE

La vera sfida della DaD? Rimanere “una classe”

La scuola e l’università italiana si sono precipitosamente trovate a confrontarsi con la Didattica a Distanza (DaD). L’approccio è stato per la maggior parte dei docenti di tipo “empirico”: ci si è trovati a dover trasferire rapidamente i propri contenuti didattici, il proprio modo di fare lezione e di dare vita al processo di apprendimento-insegnamento in un contesto completamente nuovo. Il problema è che la DaD costituisce un ambiente di apprendimento con caratteristiche e regole proprie, nel quale i semplici “travasi” non funzionano, o per lo meno, non alla lunga. La conseguenza, come leggiamo in questi giorni sui giornali, è un ampio coro di lamentele e di dubbi sull’efficacia dell’apprendimento a distanza.

«Nell’eLearning, la rete non è solo strumento di trasmissione dei materiali didattici, ma soprattutto luogo dove prende vita il processo di insegnamento/apprendimento connotato da un elevato livello di interattività fra tutti gli attori coinvolti» (Trentin, 1999).

Il concetto di “luogo” va inteso anche come “spazio mentale”. Con l’aiuto delle tante risorse a disposizione online e delle opportunità formative attivate, i docenti potranno far raggiungere ai propri studenti gli obiettivi di apprendimento previsti, il piano che invece merita attenzione e cura in questa fase sperimentale è quello delle relazioni: come rimanere “classe” a distanza?

Una classe è “comunità” nella misura in cui si intrecciano al suo interno delle relazioni sociali in cui la «disposizione dell’agire poggia su una comune appartenenza soggettivamente sentita» (Weber, 1986), una «percezione di similarità con altri, una riconosciuta interdipendenza, una disponibilità a mantenere tale interdipendenza offrendo o facendo per altri ciò che ci si aspetta da loro» (Sarason, 1974). Questo senso di comunità contribuisce in maniera significativa a definire sia la qualità dell’apprendimento, sia la soddisfazione dei singoli studenti (Rovai e Wighting, 2005).

Il senso di comunità si fonda sui quattro pilastri dell’appartenenza, dell’influenza reciproca, dell’integrazione e dell’appagamento dei bisogni, e della condivisione emotiva (McMillan e Chavis, 1986).

La sfida della DaD in questi giorni, e per quelli che potrebbero prospettarsi a settembre, è di riuscire a realizzare questi quattro obiettivi nella distanza:

  1. favorendo la possibilità di mantenere, e addirittura rinsaldare, il senso di identificazione, di investimento personale e di sicurezza all’interno dell’aula virtuale;
  2. mantenendo i legami con il territorio, le esperienze dirette, i propri riferimenti;
  3. proponendo esperienze condivise, spazi di interazione significativa, sollecitando l’investimento emotivo;
  4. riuscendo a continuare a cogliere i bisogni formativi e personali degli studenti;
  5. offrendo loro la possibilità di rielaborare in modo critico, sia individualmente, sia in gruppo, la “stranezza”, ma al contempo le potenzialità, di questo nuovo modo di essere ancora insieme, come gruppo classe.

In fondo, prima del virus, quante volte in aula la vicinanza fisica si esauriva in semplice con-presenza? Quanto volte si è davvero messa al centro la forza del gruppo, l’efficacia di un apprendimento co-costruito e condiviso? Quanto sistematicamente si è dato spazio all’espressione di pensieri e stati d’animo da parte degli studenti?

Quando apparentemente queste opportunità sembrano esserci state tolte, si apre invece la sfida per rendere il processo di apprendimento-insegnamento nelle aule virtuali quanto mai metacognitivo, partecipato e collaborativo.

Manuela Cantoia
Professore associato di Psicologia Cognitiva Applicata, Facoltà di Psicologia

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